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IL POPOLO n. 36 del 26.09.2021

IL POPOLO

Verso l’Assemblea sinodale
Adulti o adultescenti? Cosa sta accadendo al mondo dei grandi?

Verso l’Assemblea sinodale

Adulti o adultescenti? Cosa sta accadendo al mondo dei grandi?

Realtà o finzione? Gli adulti rappresentati nei film fuggono dalle loro responsabilità genitoriali, antepongono a qualsiasi altra cosa la ricerca della loro (presunta) felicità, indossano maschere di facciata per nascondere comportamenti o cedimenti adolescenziali. Solo caricature o le commedie fotografano stili di vita e modelli esistenziali ormai diffusi e radicati?

E’ di pochi giorni fa l’ennesimo passaggio televisivo di un film del 2017 firmato da Riccardo Milani e intitolato Mamma o papà in cui due genitori in procinto di divorzio negoziano col giudice l’affidamento dei tre figli e fanno tutto il possibile affinché venga assegnato all’altro/a coniuge.

La trama si sviluppa insomma attorno all’improbabile (chissà poi quanto) situazione in cui i genitori cercano letteralmente di liberarsi dall’impegno genitoriale perché gravoso e di ostacolo ai loro progetti professionali e di vita.

Di qualche anno prima (2009) è il film Ex, diretto da Fausto Brizzi e anch’esso costruito attorno a una vicenda di separazione e al contrappasso dagli stretti vincoli coniugali e all’agognata sbornia di libertà post-matrimoniale.

Perfetti sconosciuti, pellicola del 2016 di Paolo Genovese è ormai considerata un cult-movie, anche in ragione del primato di film con il maggior numero di remake nella storia del cinema: un gruppo di amici adulti durante una cena improvvisa un pericoloso gioco in cui ciascuno accetta di rendere pubbliche agli altri commensali le proprie telefonate, i propri SMS, le proprie chat di What’sApp. L’esito sarà tragico.

Sono sufficienti questi tre esempi di successi al botteghino (ma tanti altri se ne potrebbero fare) per domandarsi se si tratti di spaccati di realtà o pura finzione cinematografica.

Gli adulti rappresentati in questi film fuggono dalle loro responsabilità genitoriali, antepongono a qualsiasi altra cosa la ricerca della loro (presunta) felicità, indossano maschere di facciata per nascondere comportamenti o cedimenti adolescenziali. Si tratta solo di caricature, volutamente accentuate per far divertire lo spettatore, o le commedie, come spesso accade, non fanno altro che fotografare con la giusta dose di ironia stili di vita e modelli esistenziali oramai diffusi e radicati?

Passando dal faceto al serio, il noto costituzionalista Gustavo Zagrebelsky ha pubblicato qualche anno fa un pamphlet dal titolo inequivocabile - Senza adulti (Einaudi, 2016) - in cui denuncia il pericolo della scomparsa dell’età matura e della pienezza in nome dell’incessante esaltazione della giovinezza.

Il sociologo Stefano Laffi ha analizzato la cosiddetta "condizione giovanile" individuando negli adulti e nella loro crisi di identità i principali responsabili del disorientamento dei millennials (La congiura contro i giovani. Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Feltrinelli, 2014).

L’antropologo Marco Aime e lo psicologo Gustavo PietropolliCharmet hanno riflettuto sulla dilagante somiglianza fra adolescenti e adulti (negli atteggiamenti come nei costumi) e si sono domandati come sia possibile "diventare grandi" in un mondo dove non esistono più conflitti generazionali (La fatica di diventare grandi. La scomparsa dei riti di passaggio, Einaudi, 2014).

Anche in questo caso la rassegna potrebbe essere ben più ampia, ma già le poche fonti appena citate, decisamente più autorevoli delle commedie da cui siamo partiti, cominciano a fornire qualche indizio in più su quella che potremmo definire una "crisi della condizione adulta" dai contorni multiprospettici: giuridici, antropologici, sociologici e psicologici.

Negli anni Ottanta, dunque in tempi non sospetti, lo psicologo americano Dan Kiley aveva già tratteggiato le caratteristiche di questa crisi identitaria elaborando la nota "Sindrome di Peter Pan", considerata da qualcuno una sorta di attualizzazione del pueraeternus di ovidiana memoria.

Oggi si tende piuttosto a parlare di adultescenza, termine entrato nel vocabolario della lingua italiana nel 2014 e che riassume nella crasi linguistica fra "adulto" e "adolescente" tutte le contraddizioni dell’immaturità di chi, invece, sarebbe atteso da compiti di responsabilità.

La prima di queste responsabilità non può che essere quella educativa, perché dietro la scomparsa degli adulti si cela il rischio - ahinoi - di una tragedia pedagogica: sono educativamente tragiche le situazioni in cui i genitori delegano sistematicamente le loro funzioni e i loro doveri ad altri salvo poi criticarne l’operato, sconfessando patti e alleanze comunitarie (prima fra tutte quella con la scuola); sono educativamente tragici i modi di vivere l’adultità secondo canoni giovanili (o giovanilistici) per sentirsi ancora legittimati alla sperimentazione, alla ricerca del limite, a smarcarsi facilmente da legami affettivi e amorosi; sono educativamente tragiche, infine, tutte quelle circostanze in cui la relazione asimmetrica genitori-figli si tramuta in forme di complicità che non sono mai "avanguardia pedagogica", ma solo comodi escamotage per evitare sul nascere ogni forma di conflitto o disapprovazione.

Non è certo l’occasione di un’Assemblea sinodale diocesana a poter risolvere simili emergenze educative, ammesso che delle soluzioni esistano; di sicuro, una Chiesa capace di situarsi nella società di oggi, fra le sue pieghe e contraddizioni, non può trascurarle.

Il primo quaderno preparatorio all’Assemblea dell’aprile scorso aveva puntualmente registrato "lo stordimento e lo smarrimento delle nuove generazioni senza padri e madri, la frammentarietà e deresponsabilizzazione di tanti adulti" (p. 16). Ora - in piena armonia con lo spirito sinodale che ci accompagna - si tratta di tradurre l’osservazione in progettualità assembleare e capire attraverso quali spazi dell’azione pastorale diocesana arginare la diffusione di stili adultescenti per risintonizzare il mondo degli adulti sui compiti di magistralità, responsabilità e testimonianza che è lecito attendersi da loro.

Matteo Cornacchia




Dal Discorso del Santo Padre ai fedeli della Diocesi di Roma

18 settembre 2021

Il significato di una Chiesa sinodale


Chiesa sinodale significa Chiesa sacramento di questa promessa - cioè che lo Spirito sarà con noi - che si manifesta coltivando l’intimità con lo Spirito e con il mondo che verrà.

Ci saranno sempre discussioni, grazie a Dio, ma le soluzioni vanno ricercate dando la parola a Dio e alle sue voci in mezzo a noi; pregando e aprendo gli occhi a tutto ciò che ci circonda; praticando una vita fedele al Vangelo; interrogando la Rivelazione secondo un’ermeneutica pellegrina che sa custodire il cammino cominciato negli Atti degli Apostoli. E questo è importante: il modo di capire, di interpretare. Un’ermeneutica pellegrina, cioè che è in cammino.

Il cammino che è incominciato dopo il Concilio? No. È incominciato con i primi Apostoli, e continua.

Quando la Chiesa si ferma, non è più Chiesa, ma una bella associazione pia perché ingabbia lo Spirito Santo. Ermeneutica pellegrina che sa custodire il cammino incominciato negli Atti degli Apostoli. Diversamente si umilierebbe lo Spirito Santo.

Gustav Mahler - questo l’ho detto altre volte - sosteneva che la fedeltà alla tradizione non consiste nell’adorare le ceneri ma nel custodire il fuoco.

Io domando a voi: "Prima di incominciare questo cammino sinodale, a che cosa siete più inclini: a custodire le ceneri della Chiesa, cioè della vostra associazione, del vostro gruppo, o a custodire il fuoco? Siete più inclini ad adorare le vostre cose, che vi chiudono - io sono di Pietro, io sono di Paolo, io sono di questa associazione, voi dell’altra, io sono prete, io sono Vescovo - o vi sentite chiamati a custodire il fuoco dello Spirito? È stato un grande compositore, questo Gustav Mahler, ma è anche maestro di saggezza con questa riflessione.

Dei Verbum (n. 8), citando la Lettera agli Ebrei, afferma: ""Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri" (Eb 1,1), non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio". C’è una felice formula di San Vincenzo di Lérins che, mettendo a confronto l’essere umano in crescita e la Tradizione che si trasmette da una generazione all’altra, afferma che non si può conservare il "deposito della fede" senza farlo progredire: "consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età" (Commonitoriumprimum, 23,9) - "ut annisconsolidetur, dilatetur tempore, sublimeturaetate". Questo è lo stile del nostro cammino: le realtà, se non camminano, sono come le acque.

Le realtà teologiche sono come l’acqua: se l’acqua non scorre ed è stantia è la prima a entrare in putrefazione. Una Chiesa stantia incomincia a essere putrefatta.

Vedete come la nostra Tradizione è una pasta lievitata, una realtà in fermento dove possiamo riconoscere la crescita, e nell’impasto una comunione che si attua in movimento: camminare insieme realizza la vera comunione.

È ancora il libro degli Atti degli Apostoli ad aiutarci, mostrandoci che la comunione non sopprime le differenze. È la sorpresa della Pentecoste, quando le lingue diverse non sono ostacoli: nonostante fossero stranieri gli uni per gli altri, grazie all’azione dello Spirito "ciascuno sente parlare nella propria lingua nativa" (At 2,8). Sentirsi a casa, differenti ma solidali nel cammino. Scusatemi la lunghezza, ma il Sinodo è una cosa seria, e per questo io mi sono permesso di parlare…

Tornando al processo sinodale, la fase diocesana è molto importante, perché realizza l’ascolto della totalità dei battezzati, soggetto del sensusfidei infallibile in credendo.

Papa Francesco