IL POPOLO n. 07 del 20.02.2022

< Back

L’assemblea al lavoro
In cammino sinodale anche
per farci evangelizzare dai poveri

IL POPOLO

L’assemblea al lavoro

In cammino sinodale anche

per farci evangelizzare dai poveri


Una Chiesa diocesana che si mette in cammino verso l’assemblea sinodale e decide di farlo a partire dall’ascolto non può prescindere dall’ascoltare le persone che vivono situazioni di fragilità e vulnerabilità, siano esse materiali o di altra natura.

Si tratta di quelle persone che con una parola definiamo i poveri: parola un po’ pericolosa perché, al dono della sintesi, affianca il rischio di una categorizzazione quasi definitiva che sposta l’attenzione sulle difficoltà e non sulla dignità del nostro essere persone e, nella prospettiva cristiana, fratelli e sorelle.

Ma quali povertà la nostra Chiesa dovrebbe ascoltare? La crisi pandemica, come tutte le crisi, ha accelerato lo svelamento di alcuni fenomeni: pensiamo alla vulnerabilità di tutto quel mondo di precariato e di autonomi impegnati in professioni nuove, ma anche a quel mondo di solitudini e di difficoltà relazionali che chiusure e distanziamenti hanno accentuato, soprattutto tra giovani e fragili. Sono fenomeni che si inseriscono in un contesto territoriale che, anche prima della pandemia, presentava fenomeni di disagio abitativo, cioè la difficoltà a trovare o mantenere situazioni alloggiative dignitose, senza necessariamente cadere nel fenomeno dei senza dimora, anche se quello della grave emarginazione adulta sembra essere una problematica in crescita.

Tuttavia chi vive l’incontro quotidiano con le persone povere si rende conto che, per quanto si cerchi di inserire le storie di povertà in ambiti delineati, ciascuna storia ha la sua unicità in cui giocano un insieme di diversi fattori.

Da questo punto di vista la pandemia ha esasperato molte situazioni e persone che prima in qualche modo se la cavavano, si sono trovate a sperimentare situazioni di precarietà e di incertezza se non addirittura di mancanza di mezzi e prospettive.

Non è quindi semplice dire quali povertà dovrebbe ascoltare la Chiesa, la risposta più semplice sarebbe tutte, perché cercando di ascoltare la comunità intera tra queste persone ci sono anche i poveri.

Ma questo induce una domanda: che posto hanno le persone in situazione di povertà nelle nostre comunità cristiane? Perché se le accogliamo come parte della nostra comunità, se riusciamo a coinvolgere la comunità nell’ascolto, riusciremo a coinvolgere anche loro, senza necessariamente etichettarle. Se sono invece solamente il soggetto (spero non l’oggetto) della nostra solidarietà, ma di fatto tenute in qualche modo fuori dalla vita della nostra comunità cristiana, dovremo non perdere l’occasione del percorso sinodale per riavvicinarle e per far loro sapere che per noi ascoltarle è una "scelta preferenziale".

Per l’esperienza dell’animazione della carità nella Chiesa, almeno in Italia, l’ascolto è punto di partenza fondamentale; non a caso la Caritas propone un luogo non solo fisico, ma che è segno di uno stile: molte parrocchie e, senz’altro tutte le foranie della nostra diocesi, hanno almeno un Centro di Ascolto Caritas.

Potremmo quindi dire che come Chiesa i poveri li ascoltiamo già? Penso che l’ascolto dei poveri che ci viene chiesto in questo percorso sinodale necessiti di un cambiamento di prospettiva. Generalmente, i volontari delle Caritas e delle altre realtà caritative sono abituati ad ascoltare le richieste dei poveri e pronti a dare risposte e a entrare in relazione. Invece nel percorso sinodale siamo noi a chiedere ai poveri, e dietro a questo chiedere ai poveri si aprono tante suggestioni e opportunità.

Innanzitutto se realmente ci troviamo a chiedere, e non a fare solo un esercizio di stile perché tanto le risposte pensiamo di saperle già, siamo prossimi alla postura dei poveri, siamo quindi nella posizione giusta, che è quella di riscoprirci noi per primi poveri, anche per farci evangelizzare da loro come ci ricorda Papa Francesco nel suo messaggio per la V Giornata Mondiale dei Poveri. E quale occasione migliore di un cammino sinodale per farlo.

Nel mettersi in questa prospettiva di ascolto è bene ribadire che stiamo ascoltando innanzitutto persone (che vivono momenti di difficoltà e sofferenza anche gravi e perduranti nel tempo), e per aiutarci in questo può essere utile appropriarsi anche di un’altra frase che il Papa cita nel suo messaggio: "Nessuno è così povero da non poter donare qualcosa di sé nella reciprocità" e che richiama una frase di don Oreste Benzi "Nessuno è così povero da non aver nulla da dare". È una frase che immagino non tanto rivolta alle persone povere, quanto a noi che dobbiamo essere capaci di riconoscere, anche nelle vite più piegate, la dignità della persona umana.

E in questa dimensione di ascolto nella quale siamo chiamati a vivere suggerirei anche un piccolo cambio di vocale: "Nessuno è così povero da non aver nulla da dire". A noi la capacità di non perdere l’occasione di ascoltare le risposte che ci sapranno dare.

Andrea Barachino

Direttore Caritas diocesana





La pandemia

ha esasperato

molte situazioni

e persone,

che prima in qualche modo

se la cavavano, si sono trovate

a sperimentare situazioni

di precarietà

e di incertezza

se non addirittura

di mancanza

di mezzi

e prospettive




Il battesimo: un tallone d’Achille?


In questi giorni sono state tante le reazioni al gesto dell’autobattesimo di Achille Lauro a Sanremo.

Una parte del fronte cristiano si è sentito provocato a reagire. Lo scorso 6 febbraio Alessandro D’Avenia è intervenuto con un profondo e delicatissimo articolo dedicato al tema della vita eterna, rimettendo a fuoco il senso del rito battesimale: è un gesto che si riceve e non ci si dà, come la vita; è un momento di rinascita ad una dimensione di vita eterna, come la chiama il vangelo di Giovanni, poco coincidente con la sola vita biologica e fisica. D’Avenia, intriso di cultura letteraria, non manca di legare attorno al nome ’Achille’ l’omonimo personaggio omerico con il performer sanremese, ricordando a tutti che il mito greco aveva dipinto quell’eroe forte e imbattibile, ma terribilmente vulnerabile a causa del suo tallone, rimasto scoperto mentre veniva immerso nel fiume Stige per essere rivestito dalla protezione dell’immortalità.

Il nostro tallone, afferma sempre D’Avenia, è la morte, il punto debole di ogni esistenza umana. Di fronte ad essa non ci sono immersioni in acque prodigiose che possano salvarci. Nemmeno per i supposti ’eroi’ o ’miti’ del nostro tempo.

Il battesimo cristiano ricorda che l’immersione non è solo nell’acqua, ma nella morte e risurrezione di Cristo.

San Basilio Magno (330-379) chiamava il fonte battesimale sepolcro liquido: ci si sprofonda in esso volontariamente per imitare e partecipare dello stesso Figlio di Dio, il quale si è offerto, liberamente, come nostro fratello e maestro, accettando anche di salire sulla croce. Come non ci si dà la vita, così non ci si procura la morte.

Il battesimo, in quanto immersione nella Pasqua di Cristo, ribadisce che la morte non si può evitare, perché non è un punto di vulnerabilità che mette in gioco tutto il resto della vita umana. Ci si può immergere dentro, con lo spirito di chi, come Cristo, ha abbracciato la debolezza umana per farla diventare luogo di solidarietà e condivisione. Nella morte di Cristo non siamo soli, è lui che ci prende per mano per condurci a quella vita che è eterna, perché non muore più. Guidati da lui, si riemerge dalle acque e si comincia a respirare, cioè a vivere, con la certezza che la solitudine, alla quale la morte ci condanna, non è un destino ineluttabile. Con la sua morte, Cristo abita tutte le nostre morti, così nessuno è più solo.

La compagnia di un amico è un dono che si riceve, non lo si può produrre da sé, come la vita. L’unica cosa che si può fare da se stessi è cercare l’amico lì dove si è posto. Cristo si lascia trovare sulla croce, luogo di morte, per assicurare a tutti la sua amicizia. Per questo i cristiani non temono la morte né, per sentirsi al sicuro, hanno bisogno di acque magiche, né di passare attraverso procedimenti iniziatici complicati o di attendersi spettacoli stupefacenti.

Nell’Assemblea sinodale della nostra Chiesa diocesana, mentre sta prendendo sempre di più forma e consistenza la composizione dei delegati, si tratterà di come riscoprire, vivere e annunciare il dono del battesimo, così come è stato donato.

Il sacramento della nuova vita in Cristo è questione di vita e di morte. E non sono solo parole. Grazie a chi, in modi opportuni e inopportuni, ci permette di ricordare che la vita è un dono ricevuto e che essa porta dentro di sé una tensione di eternità che non teme i talloni scoperti, perché sa di trovare in ogni dove la presenza dell’amico Gesù che nell’amore per noi ha vinto ogni paura.

Don Maurizio Girolami

Segretario Generale


E’ un gesto che

si riceve enon

ci si dà,proprio

comela vita




Il sacramento

della nuova vita

in Cristo è

questione di vita

e di morte.E

non sono

solo parole



IL POPOLO n. 07 del 20.02.2022